INTERVISTA ESCLUSIVA – Giorgio Bedoni: arte, psichiatria e il futuro dell’Art Brut

Da oltre trent’anni Giorgio Bedoni, grande esperto di Art Brut, è una delle figure più originali e riconoscibili nel panorama italiano in cui psichiatria, creatività e ricerca artistica si incontrano. Psichiatra e psicoterapeuta, formatosi in un contesto clinico tradizionale, ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso un’idea di cura che integra l’espressione artistica come strumento di ascolto, trasformazione e relazione.
Il suo lavoro nasce dall’osservazione diretta delle persone e dalla convinzione che il gesto creativo — quando accolto e accompagnato — possa aprire spazi di libertà anche nei momenti di maggiore fragilità.
Parallelamente all’attività clinica, Bedoni ha sviluppato una profonda competenza nell’ambito dell’Art Brut e dell’Outsider Art, territori espressivi che ha contribuito a far conoscere in Italia attraverso pubblicazioni, ricerche e un’intensa attività curatoriale. In quest’ambito ha collaborato con figure di riferimento come Bianca Tosatti ed Eva di Stefano, con la quale ha recentemente co-curato il convegno Abitare i confini all’interno del Festival dell’Outsider Art e dell’Arte Irregolare di San Salvi.
La sua attenzione è sempre rivolta a ciò che emerge ai margini: linguaggi non addomesticati, forme di immaginazione radicale, narrazioni che sfuggono alle categorie canoniche dell’arte. Oggi Bedoni è anche il promotore e responsabile culturale del Museo Broggi di Melegnano, a pochi chilometri da Milano, un luogo dedicato al dialogo tra Outsider Art, il Novecento e l’arte contemporanea, nato con l’obiettivo di custodire e valorizzare opere nate fuori dai circuiti istituzionali.
Accanto all’attività clinica e curatoriale, insegna in diversi contesti accademici, formando nuove generazioni di professionisti interessati al rapporto tra arte e cura. La sua traiettoria — complessa, interdisciplinare, profondamente umana — lo rende una voce preziosa per comprendere come l’arte possa diventare un dispositivo di relazione e di conoscenza, capace di attraversare i confini della psichiatria tradizionale.

D: Partiamo dal tuo percorso: come ti sei formato e quando hai iniziato a intuire che le attività creative potessero diventare parte integrante del lavoro clinico?
Giorgio Bedoni: Nella mia formazione di medico e poi di psichiatra, prima ancora di iniziare questi studi ero già interessato in maniera particolare a letteratura e poesia, per arrivare successivamente alle arti visive. Direi che tutta la mia formazione medica e psichiatrica è sempre stata in costante dialogo con la Cultura umanistica, con una particolare attenzione agli studi storici, di rilevante importanza nel mio approccio all’arte e ai suoi autori.
D: Quando hai cominciato a sperimentare concretamente che l’arte, l’attività creativa, poteva essere di supporto a persone con disagi patologici?
Giorgio Bedoni: Dagli inizi, direi, nel senso che la mia idea di fare lo psichiatra nasce negli anni in cui si incrociavano ancora le grandi tematiche della psichiatria basagliana, i diritti, la rifondazione dei linguaggi, la lettura critica della stessa storia della cura. E poi con l’idea di incrociare questo approccio con uno studio approfondito della struttura della psichiatria. Quindi la storia, certo, ma anche la struttura dei linguaggi, dunque Freud indubbiamente, con una preferenza per lo sguardo fenomenologico: Jaspers, Minkowski, Binswanger[1].
Nel mio primo libro scrivo che storia della psichiatria che non affronti il rapporto con l’arte dei malati è una storia dimezzata, una storia che manca di un pezzo fondamentale.
Noi siamo tante cose, ma non siamo un insieme “psicopatologico”, siamo frammenti che possono integrarsi. Quindi anche nell’opera d’arte, non importa se un dipinto, una poesia, un brano letterario o musicale, c’è tutto di noi, dunque anche il sintomo. Tuttavia il sintomo è sia il sintomo clinico, sia quello che io chiamo il cuore tensivo, le nostre schegge più profonde e talvolta misteriose, che poi è un’idea che arriva da Aby Warburg[2] – non a caso uno studioso eterodosso, che ha aperto strade nuove nel Novecento.
D: Come sei arrivato all’Art Brut e all’Outsider Art? Quando hai deciso di utilizzare l’arte o le attività creative come terapia per i tuoi pazienti le conoscevi già?
Giorgio Bedoni: Il mio avvicinamento all’Art Brut è stato naturale, perché in fondo, nel momento in cui tu studi la storia della psichiatria, ti avvicini all’arte. E scopri che prima di Dubuffet[3] c’è una grande storia, quella dell’arte dei malati negli ospedali psichiatrici, le profonde relazioni tra queste vicende e la Cultura del Novecento. Una storia che vede maestri esemplari, psichiatri come Prinzhorn e Morgenthaler[4], e poi artisti delle avanguardie storiche, tra i primi a valorizzare l’arte che nasceva fuori dai sacri confini.
D: Il percorso compiuto dalla pratica clinica all’arteterapia come ti ha portato a diventare curatore di mostre importanti e ad avere collaborazioni di rilievo in quest’ambito?
Giorgio Bedoni: Ho avuto la fortuna di avere a Pavia, dove mi sono specializzato in psichiatria, un grande maestro e amico, Fausto Petrella. Uno dei più grandi psicoanalisti italiani, ma anche profondo conoscitore dell’arte e della musica. Con lui ho collaborato a lungo, avevamo conversazioni quasi quotidiane su questi temi.
L’altra importante figura di riferimento è quella di Gabriele Mazzotta, mio storico editore, insieme abbiamo realizzato mostre che credo innovative in Italia.
Poi è stato importante il mio incontro con Gillo Dorfles, psichiatra, artista, critico d’arte e filosofo, con cui ho avuto illuminanti conversazioni. Poi, certo, l’incontro da giovane psichiatra con Michel Thevoz a Losanna, amico di Dubuffet e primo conservatore della Collection de l’Art Brut, e molti altri, sicuramente con Eva di Stefano, a cui va il grande merito di aver fondato una rivista di livello internazionale, l’Osservatorio Outsider Art.
D: Qual è stata la prima mostra che hai curato?
Giorgio Bedoni: con Gabriele Mazzotta la collaborazione con Vittorio Sgarbi nel 2009, in occasione della mostra Arte, genio, follia: il giorno e la notte dell’artista, nel museo di Santa Maria della Scala a Siena. Fu una grande mostra, con opere e testi critici tuttora fondamentali in questo campo disciplinare.
Nella stessa sede senese una mostra particolare, di cui sono stato curatore da un’idea di Gabriele Mazzotta, La lente di Freud. Una galleria dell’inconscio, un progetto cui sono molto legato, dove si esplorava lo sguardo psicoanalitico sull’arte figurativ0a.
La prima mostra legata all’Art Brut di cui fui io curatore, insieme a Gabriele Mazzotta e a Claudio Spadoni, è stata però Borderline, nel 2013 al MAR Museo d’Arte di Ravenna. Lì si iniziò a mettere a punto quello che poi è divenuto il mio metodo curatoriale, ovvero il dialogo e la contaminazione per affinità di linguaggi e storie tra l’Art Brut, il Novecento e l’arte contemporanea.
Un metodo che ho potuto sviluppare sul campo nella recente L’arte inquieta, un mio progetto realizzato nel 2022 a Palazzo Magnani, Reggio Emilia. Credo sia stato un percorso di ricerca, sul tema dell’identità, compiuto insieme con il gruppo di lavoro emiliano, che tuttora mantengo vivo e che ho declinato in altre mostre e in progetti editoriali.
D: Quali sono gli obiettivi terapeutici che si perseguono attraverso le attività creative? Il tuo metodo come integra l’arte con un obiettivo terapeutico?
Giorgio Bedoni: Quando con Simona Olivieri abbiamo fondato l’atelier[5] il progetto era chiaro, ovvero leggere l’esperienza creativa come fondativa di una buona psichiatria, capace di toccare nel quotidiano nodi storici, quali lo stigma, una vera cittadinanza profondamente legata alla partecipazione alla vita culturale e sociale del territorio.
L’idea di fondo è semplice: l’arte è un’esperienza unica, e l’atelier il luogo dove era possibile cercare attraverso i linguaggi dell’arte e la relazione di individuarsi, di trovare forme per raccontarsi e per comunicare, e anche per vivere.
Quindi l’atelier non aveva lo scopo di dar vita ad una ulteriore terapia, tanto è vero che non ho mai voluto l’utilizzo di linguaggi psicologici, né di tutto quello che rimandava ad uno scenario medicalizzato.
L’atelier è uno spazio intermedio, è un luogo dove uno può vivere un’esperienza con l’aiuto facilitante di qualcuno. L’atelier – e qui uso una definizione bella definizione di Winnicott[6] sul setting – è il luogo dove sei solo in presenza di qualcuno.
D: Che rapporto c’è tra il tuo approccio clinico utilizzato in atelier e il metodo curatoriale delle mostre da te organizzate legate all’Art Brut?
Giorgio Bedoni: Riprendiamo il filo della mostra Borderline. In questi anni, ho lavorato nel campo curatoriale con un metodo che mi permettesse di realizzare mostre come fossero dei libri visivi, con un concetto, un’idea forte da cui partire. Quindi mostre tematiche, per riunire autori attorno a uno o più temi e farli dialogare, per creare quello che chiamo il ‘meticciato artistico’.
Che poi ha molto a che fare con la storia del Surrealismo, un dialogo tra artisti, lingue e mondi diversi, anche non occidentali. Nelle mie mostre non c’è mai uno spazio separato per quella che un tempo veniva definita ‘l’arte dei folli’.
D: Nel caso degli artisti brut, l’identità coincide con la biografia, con l’attività artistica o con entrambe?
Giorgio Bedoni: Ho sempre scritto che Adolf Wölfli, Henry Darger e André Breton per me sono uguali. Mi spiego meglio: la biografia conta, ma è intrecciata alla storia artistica, alle opere, entrambe costituiscono un racconto aperto che, in alcuni autori, non solo nel campo dell’Art Brut, contiene capitoli drammatici, il trauma della malattia.
Dunque non è la “follia” che fa l’’artista, ma l’opera, e tra biografia e opera c’è una relazione dialettica che si comprende se abbiamo uno sguardo realmente polisemico, non ideologico. Alcuni critici pensano che nell’Art Brut la biografia prevalga sull’opera, la considero una visione riduttiva.
D: Come sei arrivato dalla curatela di mostre alla responsabilità di quella piccola perla che è oggi il Museo Broggi di Melegnano?
Giorgio Bedoni: Il Museo Broggi arriva al momento giusto. Nasce sull’area di un’ex grande fabbrica, uno spazio pubblico grazie all’intervento comunale. È uno spazio suggestivo, con un fascino notevole, con un fiume che quasi ne lambisce le vetrate.
Nasce come luogo aperto a giovani artisti, al territorio, ma sin dalla sua recente apertura si individua come spazio dove in Italia sia possibile avviare un dialogo tra l’Art Brut/Outsider Art, il Novecento e l’arte contemporanea, la fotografia: un piccolo museo dove dar vita a progetti legati al mio metodo curatoriale, uno spazio dove sperimentare, presentare libri e mostre non usuali.
È uno spazio che vive grazie ad un gruppo di lavoro con varie professionalità e competenza, amici con cui condividere una bella avventura.
Pochi mesi dopo l’apertura (nasce nel marzo 2025) su quel dialogo che ti sto raccontando, con Simona Olivieri ho curato la mostra Il segno delle origini. Outsider Wunderkammer tra storia e sguardi contemporanei.

D: Arriviamo all’ultima parte dell’intervista. Ha ancora senso parlare di Art Brut o sarebbe meglio utilizzare questa definizione soltanto riferendosi a uno specifico periodo storico, quello compreso tra la teorizzazione di Dubuffet del 1945 e la sua morte, avvenuta nel 1985?
Giorgio Bedoni: La domanda è complessa. Il concetto di Art Brut è storico, del 1945. Bisogna però ricordarsi che prima di Dubuffet, da Cesare Lombroso[7] in avanti, c’è stato quasi un secolo di attenzione al rapporto tra arte ufficiale e il mondo variegato degli autodidatti e degli outsider; quindi, non è possibile cristallizzare eccessivamente i concetti.
Art Brut è un concetto che compie 81 anni quest’anno, e direi che la ‘vecchietta’, nonostante il genoma sia un po’ mutato, gode ancora di una buona salute. Ha senso perché trovi ancora degli autori riconducibili alla storia pionieristica di quella che Dubuffet chiama Art Brut.
Henry Darger è un esempio straordinario in questo senso. La sua storia è incredibile, lo scoprono post mortem e scoprono questo tesoro che lui costruisce nel tempo e nel silenzio.
D: Si può dire che la definizione di Art Brut si è evoluta nel tempo?
Giorgio Bedoni: Certo, oggi anche nel mondo dell’Art Brut, quello più “conservatore” sono cambiati alcuni punti di vista, ad esempio sugli atelier, un tempo guardati con sospetto, basta leggere gli scritti di Dubuffet.
Poi, quando Roger Cardinal introduce la nozione di Outsider Art negli anni Settanta (per lui era un concetto sovrapponibile ad Art Brut, la definisce così per il pubblico anglosassone) si entra in un mondo diverso da quello del secondo dopoguerra, la parola outsider presuppone una dialettica con l’insider, dunque qualcosa che anticipava il dibattito odierno, dove i confini dell’arte sono sempre più mobili e porosi.
D: La storia dell’Art Brut è quindi una storia di individualità o di rapporti?
Giorgio Bedoni: La storia dell’Art Brut, anche quella dei grandi autori, vive di relazioni, anche nelle vicende che raccontano di isolamento e di perdita: Wölfli e Morgenthaler, Aloïse Corbaz e Jacqueline Porret-Forel, Henry Darger e Nathan Lerner.
Si tratta di rapporti che diventano sempre più stringenti se non si è scopritori passivi e si entra invece in relazione, una relazione che aiuta a cambiare il tuo punto di vista, ed è un bene, una cosa feconda.
È ciò che ho vissuto in prima persona con Zap, ora artista brut internazionale[8]. È stato per dodici anni in comunità, lui veniva al mattino, disegnava, il mio studio era il suo, faceva quello che gli pareva, con la mia evidente complicità. In fondo tra me e lui c’era una relazione personale forte.
D: Tra gli artisti storici Brut, chi ti convince di più e chi segnaleresti al pubblico?
Giorgio Bedoni: Prima di tutto Zap, un vero autore brut contemporaneo, anche se posso sembrare di parte perché è un mio autore. Se guardiamo alla storia, devo dire che tra gli autori più interessanti c’è l’italiano Carlo Zinelli: è un autore labirintico, di grande valore, che appartiene sia alla storia dell’Art Brut sia a quella dell’arte italiana del Novecento.
Poi tra gli storici ne abbiamo diversi, citerei Henry Darger. Darger sicuramente è un autore vero, sistematico e un grande narratore della sua storia e del mondo.
Il tuo libro su Darger è un progetto meritorio perché scrivere un libro in Italia su Darger è un’operazione coraggiosa.
D: Sì, soprattutto per l’editore che ha deciso di pubblicarlo…
Giorgio Bedoni: Ha avuto coraggio e ha fatto un’operazione importante. Amo questi autori sistematici.
Sono gli autori veri, autori omerici, come Ulisse, intraprendono un viaggio monumentale. Zinelli, Darger, Wölfli, sono i grandi che hanno fatto questo percorso.
D: Gli artisti che hai citato sono famosi soprattutto per le opere visuali, grafiche o architettoniche. Esiste però una letteratura brut che è forse altrettanto importante.
Giorgio Bedoni: Wölfli scrive un’autobiografia di venticinquemila pagine, come Darger che ha scritto un romanzo di oltre quindicimila pagine.
L’autore brut è un narratore e la parola è per lui funzionale al romanzo visivo, non è divergente all’opera, al contrario deve rafforzarla.
D: Un’ultima domanda: hai parlato di una mostra sulla cartografia a settembre 2026. Hai già qualche dettaglio che può essere comunicato?
Giorgio Bedoni: La mostra verrà inaugurata al Museo Broggi di Melegnano, a pochi chilometri da Milano, il 26 di settembre e durerà fino all’8 novembre. Il titolo è Oltre le colonne d’Ercole – Cartografie e mondi visionari.
Quindi c’è il tema dell’“oltre le colonne”, il rapporto tra la cartografia visionaria dell’Art Brut e quella dei maestri del Novecento, le mappe di artisti contemporanei, i Dreaming dell’arte aborigena e le carte celesti del Settecento… insomma un sano meticciato guidato da affinità di temi e di linguaggi.
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Note
[1] Karl Jaspers (1883-1969), Eugène Minkowski (1885-1972) e Ludwig Binswanger (1881-1966) sono esponenti della psichiatria fenomenologica, che supera la visione positivista del disturbo mentale come elenco di sintomi e studia piuttosto come il paziente vive e trasforma il suo mondo interiore.
[2] Abraham (Aby) Warburg, (1866-1929), critico e storico dell’arte tedesco.
[3] Jean Dubuffet (1901-1985), artista francese, nel 1945 ha teorizzato e definito l’Art Brut.
[4] Hans Prinzhorn (1886-1933) psichiatra e storico dell’arte tedesco; Walter Morgenthaler (1882-1965) psichiatra svizzero.
[5] Il riferimento è all’Atelier Diblu di Melegnano (Milano), “luogo di libera espressione artistica”.
[6] Donald Winnicott (1896-1971), pediatra e psicoanalista britannico.
[7] Medico, antropologo e criminologo italiano (1835-1909).
[8] Maurizio Zappon (1962–2023), artista autodidatta italiano originario di Melegnano.
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