Gli Irregolanti: da Cantine Ascheri una spinta a creare valore pensando fuori dagli schemi

A Bra, per la prima edizione dell’iniziativa ideata da Matteo Ascheri e portata avanti con grande impegno da tutta la famiglia Ascheri, imprese, artigiani, inclusione, vino e creatività raccontano modi diversi di creare valore fuori dagli schemi. Così, dagli “Irregolanti” dell’impresa e della Cultura fino agli “Outsider” dell’arte, emerge una suggestione comune: guardare ciò che accade quando qualcuno costruisce il proprio percorso senza adattarsi necessariamente ai codici dominanti.
Il valore di cambiare prospettiva
Una balena che vola sopra le vigne. È volutamente fuori scala e fuori posto. Ed è forse l’immagine migliore per raccontare cosa significhi essere “Irregolanti”. L’ha ideata il Laboratorio Zanzara di Torino per dare un’identità visiva a Irregolanti, l’evento organizzato il 7 settembre alle Cantine Ascheri di Bra. Il progetto grafico è nato dal lavoro comune di designer, professionisti e persone con disabilità. Ma dietro quella balena c’è soprattutto un’idea: cambiare prospettiva, mettere qualcosa dove normalmente non dovrebbe stare e spingere chi guarda a farsi una domanda.
È lo stesso principio che Matteo Ascheri ha voluto portare nella prima edizione di Irregolanti, alla quale hanno partecipato oltre 500 persone. Non un elogio della trasgressione fine a se stessa e neppure l’ennesimo invito a essere “innovativi”. Piuttosto, la possibilità di mettere in discussione regole, consuetudini e modelli quando non sembrano avere più senso e, attraverso strade differenti, provare a creare valore pensando fuori dagli schemi.
Irregolanti non significa senza regole
La giornata è cominciata proprio da qui, con il confronto Irregolanti: anticonformismo e pensiero critico nell’imprenditoria indipendente, moderato da Chiara Cavalleris di Dissapore e seguito da oltre cento persone tra stampa, operatori horeca, istituzioni e associazioni.
Indipendenza e mercato, “Sostenibilità”, qui a Irregolanti sostituita da “Rispetto” ambientale e sociale, lavoro e possibilità di crescere senza necessariamente uniformarsi ai modelli dominanti sono stati alcuni dei temi affrontati.
Sul grande schermo alle spalle dei relatori, alcuni concetti erano espressi attraverso parole scelte per raccontarne meglio l’anima: come “Innovazione”, che appariva cancellata e sostituita da “Cambiamento”, accompagnata dalla frase “basta rendite di posizione”. Una distinzione interessante: innovare è diventato quasi un imperativo per qualsiasi impresa; cambiare significa invece essere disposti a mettere in discussione anche ciò che fino a quel momento ha funzionato. E ancora, “Inclusione” sostituita da “Partecipazione”.
«Di questa giornata mi hanno colpito non solo le tante persone che hanno partecipato, ma vedere quanto rapidamente si sia creata un’intesa, un riconoscimento tra chi era qui – commenta Matteo Ascheri –. Persone che fanno mestieri diversi, hanno storie diverse e probabilmente non farebbero le stesse scelte, ma condividono la necessità di chiedersi continuamente se quello che fanno abbia ancora senso. Irregolanti nasce per rivendicare il diritto, e forse anche il dovere, di non considerare inevitabile ciò che il mercato, le abitudini o le regole ci consegnano come tale. La partecipazione di questa prima edizione ci dice che è una riflessione che vale la pena continuare».
Modi diversi di creare valore
Dal pomeriggio le idee discusse al mattino hanno trovato una traduzione concreta nella corte delle Cantine Ascheri. Vastè Impresa Sociale utilizza il lavoro come strumento di inclusione: nei suoi ristoranti torinesi persone provenienti da diversi Paesi imparano un mestiere e costruiscono nuove opportunità. 8pari e Accademia della Vigna lavorano invece sull’inserimento lavorativo di persone con fragilità.
C’è chi ha deciso di cambiare completamente strada, come Luca Soave di SOV Bakery, passato dalle cucine dei grandi ristoranti a una bottega di Alba dove produce pane e lievitati esclusivamente con farine provenienti da filiera etica. E chi ha scelto di tornare alle proprie origini, come Elena Fenocchio di Fenocchio Nocciole, rientrata nell’azienda agricola familiare di Monforte d’Alba puntando su una produzione essenziale, fatta di pochi ingredienti e ricette casalinghe.
Altri hanno reinterpretato mestieri profondamente legati al territorio. Felice Pomponio è arrivato da Torino a Bra fino a rilevare la storica Macelleria Masino e diventare uno dei riferimenti della Salsiccia di Bra. Fiorenzo Giolito, affinatore di formaggi, ha costruito negli anni un percorso di ricerca sul gusto mantenendo una forte indipendenza produttiva e commerciale. Nella sua sede in Bra, all’interno delle sue cantine, è presente un piccolo museo in cui sono esposti alcuni degli utensili che venivano utilizzati in passato per la produzione di prodotti lattiero-caseari.
C’è infine una storia interna alla famiglia Ascheri. Osteria Murivecchi, gestita da Maria Teresa Ascheri e dal marito Paolo, nasce nel 1993, quando scegliere di continuare a proporre la cucina tradizionale piemontese significava andare in direzione opposta rispetto alla crescente affermazione del fine dining.
Percorsi molto diversi, dunque, nei quali il valore assume forme differenti: sociale, economica, professionale, culturale e territoriale. Ad accomunarli non è un nuovo modello da replicare, perché si ricadrebbe nello stesso meccanismo dal quale si vuole uscire. È la scelta di non considerare il modello dominante come l’unico possibile.
Anche il vino può uscire dagli schemi
Questo ragionamento è arrivato anche nel bicchiere. Nel cortile sono stati proposti i 15 vini unplugged delle Cantine Ascheri, ciascuno accompagnato da un abbinamento artistico: un brano musicale, un film, un libro oppure un’opera d’arte.
L’invito è a costruire anche con il vino una relazione meno codificata e più personale. La competenza rimane, ma accanto alla degustazione trovano spazio emozioni, ricordi e contaminazioni con altre forme della Cultura. Un vino può così dialogare con una canzone, un’immagine, un film o un libro senza che debba esistere necessariamente una risposta corretta. Anche questa può essere una piccola forma di irregolarità: guardare qualcosa che conosciamo da una prospettiva differente.

Dalla balena di Bra agli outsider dell’arte
È proprio questo aspetto ad aprire un collegamento tra gli Irregolanti e un mondo solo apparentemente lontano dall’impresa e dal vino: quello dell’outsider art. NuovaEconomia ha recentemente raccontato la figura di Henry Darger attraverso il libro di Andrea Fiorini, “La misteriosa arte di Henry Darger, Vita e opere del più grande esponente dell’Outsider Art americana“, lanciando anche la sezione Progetto Darger .
Darger visse sostanzialmente al di fuori del sistema artistico ufficiale e la vastità della sua produzione fu conosciuta soltanto alla fine della sua vita. Tra le opere lasciate figurava l’immenso In the Realms of the Unreal, accompagnato da centinaia di lavori grafici. Oggi la sua opera è riconosciuta a livello internazionale: suoi lavori fanno parte anche della collezione del Museum of Modern Art (MoMA) di New York e sono stati protagonisti di diverse esposizioni del museo. Il percorso di Darger mostra così, in modo quasi paradossale, come qualcosa nato completamente fuori dai circuiti riconosciuti possa essere successivamente riconosciuto proprio da quegli stessi circuiti, contribuendo ad allargarne confini e prospettive. Un caso emblematico di come il valore possa nascere anche fuori dagli schemi consolidati e trovare riconoscimento soltanto in seguito. Un tema che accompagna anche la crescente attenzione verso l’outsider art, al centro in Italia di mostre, progetti ed eventi.
Irregolanti e Outsider: guardare la realtà fuori dagli schemi e aprire nuove possibilità
Naturalmente Darger e gli imprenditori riuniti a Bra appartengono a mondi e storie molto differenti e non sovrapponibili. Irregolanti e Outsider non sono sinonimi, ma le due parole condividono una suggestione: guardare ciò che accade quando qualcuno costruisce il proprio percorso senza adattarsi necessariamente ai codici dominanti. Ciò che nasce fuori dai codici riconosciuti può offrire a chi sta dentro quei codici un modo diverso di osservare e valutare la realtà.
L’outsider art nasce fuori dai percorsi tradizionali di formazione e legittimazione artistica. Irregolanti nasce invece dentro il mondo dell’impresa, del lavoro e della produzione, ma pone una domanda in parte simile: quanto spazio lasciamo a ciò che non corrisponde ai modelli che siamo abituati a riconoscere?
L’analogia sta quindi nel rapporto con gli schemi dominanti: Irregolanti e Outsider percorrono strade diverse, ma entrambi invitano a guardare ciò che può nascere quando si lascia spazio a percorsi non convenzionali.
Creare valore senza una formula prestabilita
È su questo invito che l’esperienza di Bra va oltre la cronaca di una giornata. Una filiera che rispetti tutti e tutto, l’inserimento lavorativo di una persona fragile, il ritorno a una produzione agricola essenziale, la scelta di continuare a proporre una cucina tradizionale mentre la ristorazione si orientava verso il fine dining o una maniera diversa di raccontare un vino sono esperienze molto differenti. Ma mostrano che non esiste un unico modo di creare valore e che strade diverse possono nascere proprio dalla scelta di non considerare inevitabile il modo nel quale un’attività viene normalmente svolta.
Essere Irregolanti, allora, non significa necessariamente rompere le regole. Significa conservare la capacità di chiedersi se quelle regole, quelle abitudini e quei modelli continuino ad avere senso. E alla fine torna la grande balena che vola sopra le colline, che sembrano onde, di Bra. È fuori posto soltanto finché continuiamo a pensare che esista un unico posto nel quale dovrebbe stare.










