QUEL RITO TRIBALE DEL CONTO CORRENTE


Non si va più in banca solo per versare e prelevare soldi. Quando apriamo un conto corrente o scegliamo dove investire qualche risparmio, spesso facciamo una scelta politica. Anzi, ideologica. La convenienza economica passa in secondo piano.
Alberto Grisoni nel suo “Fintech e Tribù” spiega proprio che le nuove banche cercano di conquistare la propria clientela proponendo qualcosa di diverso dai semplici servizi finanziari: offrono l’appartenenza a un gruppo. Il fenomeno ha preso piede ormai in tutti i settori del marketing: si va al ristorante non per mangiare ma per “fare un’esperienza”. Mentre in un supermercato non si va a far la spesa ma “un viaggio tra i sapori”.
Scegliere dove aprire un conto o a chi chiedere una carta di pagamento, ormai, è come iscriversi a un circolo. O a un’associazione per la difesa di qualche minoranza etnica o di qualche specie in via di estinzione. È quasi come scendere in piazza a lottare per qualche ideale nobile. Con, in più, la forza del nostro denaro: i nostri acquisti, i nostri risparmi e perfino lo stipendio che ci viene accreditato sul conto, contribuiscono a finanziare la causa!
Grisoni riporta degli esempi semplici e 

Grisoni conosce bene questo mondo essendo editore e direttore responsabile di una testata come 

Ma l’etica è soggettiva. E se esiste una banca che si schiera dalla parte dei neri d’America, chi potrebbe impedire a un’altra banca di finanziare solo imprenditori bianchi ed eterosessuali? Magari scegliendo Trump come testimonial?







